frammenti che si aprono creando uno spazio vuoto al centro, simbolo del cambiamento nel coaching

Se esci da una sessione di coaching perfettamente a tuo agio, con le idee chiare e il sorriso, probabilmente è andata bene. Ma se esci con qualcosa che non ti dà pace — una domanda, un pensiero che non riesci a mettere giù — è andata benissimo.

Lo dico dopo anni di sessioni, non per paradosso: il coaching vero non è sempre uno spazio confortante. A volte è esattamente il contrario. E non è un difetto del processo — è il processo.

Scorri qualsiasi feed per cinque minuti e lo trovi: sblocca il tuo potenziale, trasforma la tua vita, diventa la versione migliore di te — in 8 settimane, 12 sessioni, 3 moduli da guardare in pigiama.

Non sto dicendo che sia tutto falso. Sto dicendo che è tutto molto… ordinato. Pulito. Senza attriti.

Il problema è che le persone arrivano a un percorso di coaching con quella narrativa in testa. Arrivano motivati, aperti, pronti a crescere — e con una vaghissima idea che crescere sia una cosa piacevole. Una specie di spa per la mente. Magari con i risultati garantiti.

Quello che nessuno racconta — o che si racconta poco, sottovoce, tra addetti ai lavori — è che un percorso vero ha anche un’altra faccia. Meno fotogenica. Decisamente meno adatta a diventare un carosello Instagram.

Ha le domande a cui non sai rispondere. I silenzi che pesano. Le verità che emergono nel momento sbagliato, cioè sempre. Le resistenze che somigliano stranamente a scuse molto ben costruite.

Ha, soprattutto, quel momento in cui capisci che il problema non è fuori. Non è il lavoro, non è il contesto, non è quella persona lì. E lì, di solito, le cose si fanno interessanti.

Questo articolo è su quel momento. Sulla parte scomoda. Su perché vale la pena non scappare.

“Chi guarda fuori sogna. Chi guarda dentro si sveglia.”

 Carl Gustav Jung

Il cliente ideale del coaching facile

Esiste un profilo che chi lavora in questo campo conosce bene. Arriva con energia, con obiettivi chiari, con una lista di cose che vuole cambiare. È motivato, articolato, sa già esattamente qual è il problema — e, spesso, sa già anche di chi è la colpa.

Cerca nel coaching una cosa precisa: conferma. Qualcuno di professionale e autorevole che gli dica che ha ragione. Uno spazio in cui elaborare, sfogare, ricevere strumenti per gestire meglio quello che già conosce. Una guida che indichi la strada — possibilmente quella che aveva già scelto.

Non è una critica. È una fase. Quasi tutti arrivano così, con un’idea più o meno consapevole che il coaching lavorerà sulle circostanze — su come migliorare il contesto, gestire le relazioni difficili, ottimizzare le performance. Sull’esterno, insomma.

Il momento in cui il coaching smette di essere quello che ci si aspettava — e inizia a essere quello di cui si ha bisogno — è esattamente quando la direzione si inverte. Quando lo sguardo, invece di andare fuori, comincia a tornare dentro.

Non tutti sono pronti per quel momento. E va bene così.

Ma per chi lo è, da lì inizia qualcosa di diverso.

Le domande che non ti aspetti

C’è una domanda che faccio spesso, quasi sempre a un certo punto del percorso. Non è complicata. Non richiede preparazione. Eppure crea quasi sempre uno strano silenzio.

“Cosa perderesti se risolvessi davvero questo problema?”

Pausa. Lo sguardo che va da qualche altra parte. Poi, di solito, una risposta troppo veloce — il segnale che qualcosa ha toccato nel punto giusto.

Le domande potenti non cercano la risposta giusta. Cercano quello che si sta evitando con cura. E lo cercano con una precisione che, se si è abituati a conversazioni educate, può sembrare quasi scortese.

“Di chi è questa voce che ti dice che non puoi farcela?” “Stai descrivendo un problema o stai descrivendo una scelta?” “Se lo sapessi già, cosa risponderesti?”

Non sono domande retoriche. Non sono trucchi. Sono strumenti che lavorano esattamente nel punto in cui la narrazione che ci si è costruiti comincia a scricchiolare.

E qui sta il punto che le brochure del coaching non mettono in copertina: una buona domanda non dà sollievo. Toglie un appoggio. Quello su cui si stava appoggiando comodamente — la storia che ci si raccontava, la spiegazione trovata, la colpa sistemata fuori da sé.

Il disagio che segue non è un effetto collaterale. È la domanda che sta lavorando, perché una buona domanda non dà sollievo. Toglie un appoggio. E quello che resta, dopo, non ha bisogno di essere riempito subito.

Il silenzio come strumento

Il momento più scomodo di una sessione, spesso, non è quando il coach fa una domanda difficile. È quando smette di parlare.

Il silenzio, nelle sessioni, non è imbarazzo. Non è una pausa tecnica. Non è il momento in cui il coach aspetta educatamente che l’altro finisca di pensare. È uno spazio che ha una funzione precisa: togliere la stampella della conversazione.

Perché finché si parla, si gestisce. Si costruisce la risposta mentre si sta ancora formulando la domanda. Si sistema, si edulcora, si trovano le parole giuste — quelle che fanno sembrare tutto più ragionevole, più accettabile, più presentabile.

Il silenzio interrompe quel meccanismo.

E in quel vuoto — che durano pochi secondi ma sembrano molto di più — succede qualcosa di interessante. La versione costruita della storia comincia a perdere tenuta. Quello che emerge dopo, quasi sempre, è più vero di tutto quello che è stato detto prima.

“Non lo so” detto dopo un silenzio lungo vale più di dieci risposte articolate.

Chi è abituato a essere brillante, veloce, sempre pronto — lo vive come una piccola resa. Ed è esattamente quello il punto. Perché la resa, qui, non è una sconfitta. È il momento in cui si smette di recitare e si inizia a lavorare davvero.

E quando succede, quasi sempre, arriva qualcosa di nuovo. Un pensiero che non c’era. Una consapevolezza che stava aspettando il momento giusto per presentarsi.

O, più spesso, una resistenza.

maschera bianca appoggiata su fondo chiaro, simbolo delle identità che cadono durante un percorso di coaching

La resistenza (il capitolo che manca sempre)

C’è un momento, in quasi ogni percorso, in cui qualcosa si inceppa.

Puntualmente.

Non succede subito — questo è il punto. Succede quando il percorso smette di essere nuovo e stimolante e inizia a chiedere qualcosa di concreto. Intorno alla quarta, quinta sessione. Quando la luna di miele è finita e sul tavolo ci sono cose che sarebbe molto più comodo non guardare.

Si manifesta in modi diversi. C’è chi comincia a rimandare. Chi risponde con meno parole. Chi arriva alla sessione con un argomento nuovo, urgente, completamente diverso da quello su cui si stava lavorando la settimana prima. Chi trova — con una creatività ammirevole — mille ragioni razionali e convincenti per non fare quella cosa su cui si era impegnato.

“Questa settimana non ho avuto tempo” — detto con una convinzione che, in sé, è già un dato interessante.

Questa è la resistenza. Ed è il capitolo che manca quasi sempre nelle presentazioni del coaching. Non perché non esista — esiste eccome. Ma perché “a un certo punto probabilmente vorrai mollare” non è esattamente un payoff di vendita.

Eppure è uno dei momenti più preziosi dell’intero percorso.

Perché la resistenza non è un ostacolo al percorso. È il percorso. È la mappa esatta di dove il cambiamento fa più paura. Dove la posta in gioco è reale. Dove quello che si dice di volere incontra quello che si è davvero disposti a fare.

Chi ha promesso la trasformazione in 90 giorni probabilmente non ha detto che al giorno 40 si potrebbero avere ottime ragioni per smettere. Ragioni che sembrano sensate. Che suonano mature, pragmatiche, persino responsabili.

Il lavoro vero, spesso, inizia esattamente lì. Quando la voglia di fermarsi è al massimo — e si sceglie di non farlo.

Ma scegliere di non fermarsi ha un prezzo. Significa continuare ad avanzare verso qualcosa che, a quel punto, è diventato impossibile non vedere.

“Il problema non è che non sai cosa fare. È che sai esattamente cosa fare.”

 John C. Maxwell

Le verità scomode

E infatti si sa.

Quasi sempre. Prima ancora di aprire bocca, prima ancora di arrivare alla sessione, spesso si sa già. Non tutto, non nei dettagli — ma abbastanza. Abbastanza da sentire quel piccolo peso specifico che accompagna le cose che si evitano con cura.

Il coaching non rivela verità nascoste. Le porta in superficie. E c’è una differenza importante tra le due cose.

Perché finché una cosa resta sotto — intuita, sospettata, mai detta ad alta voce — si può ancora fingere di non saperla. Si può raccontare una storia coerente, ragionevole, in cui il problema ha sempre un’origine esterna. Il contesto difficile. Il momento sbagliato. Le circostanze. Le persone intorno che non aiutano, non capiscono, non supportano abbastanza.

È una storia che funziona molto bene. Fino a quando non funziona più.

“E tu, in tutto questo, che parte hai?”

Non è una domanda per colpevolizzare. È qualcosa di più preciso e, in un certo senso, più esigente: è l’invito a smettere di essere spettatori della propria storia.

Questo è il momento più destabilizzante di un percorso. Non perché sia un’accusa — ma perché sposta il peso. Tutto quello che era fuori, improvvisamente, torna dentro. La responsabilità rientra. E con lei, qualcosa che fa molto più paura della responsabilità stessa.

La scelta.

Perché se il problema dipende dagli altri, si può aspettare che cambino. Se dipende dalle circostanze, si può sperare che migliorino. Ma se dipende da una scelta — una scelta che c’è, che c’è sempre stata, che si sta rimandando con grande creatività da un po’ di tempo — allora non si può più aspettare nessuno.

E lì, quasi inevitabilmente, si arriva alla parte più difficile.

Le decisioni difficili

Il coaching non decide per te. È forse la cosa più importante da sapere — e la più fraintesa.

Non indica la strada. Non dice cosa fare. Non rassicura che la scelta che si sta per fare è quella giusta. Anzi, fa una cosa molto meno confortante: porta esattamente davanti alla decisione che si stava evitando. La mette sul tavolo. La lascia lì. E aspetta.

Lasciare un lavoro sicuro che non appartiene più. Uscire da una relazione che funziona sulla carta ma non nella realtà. Smettere di inseguire una versione di sé costruita per compiacere qualcun altro. Dire una cosa che si rimanda da anni — a un collega, a un genitore, a sé stessi.

Non sono decisioni piccole. E non diventano più facili perché le si guarda da vicino.

Anzi, a volte diventano più difficili. Perché la chiarezza ha un costo. Quando la nebbia si dirada e la situazione appare per quello che è davvero — senza le attenuanti, senza le giustificazioni elaborate con tanta cura — la decisione pesa di più, non di meno.

È in quel momento che si capisce perché si stava nella nebbia.

Il percorso di coaching non promette che sarà semplice scegliere. Promette che si arriverà al punto in cui non scegliere diventa più costoso di qualsiasi altra cosa. Quel punto in cui restare fermi smette di sembrare prudenza e inizia a sembrare quello che è.

E da lì, qualunque cosa si decida, si decide davvero.

Con gli occhi aperti. Con la propria voce. Senza più poter dire di non sapere.

E allora, vale la pena?

È la domanda che prima o poi arriva. Spesso a metà percorso, quando il disagio è al massimo e i risultati non sono ancora visibili. Quando si è smontato qualcosa e non si è ancora capito cosa ci andrà al posto.

Vale la pena sentirsi a disagio? Vale la pena fare i conti con una verità scomoda? Vale la pena arrivare davanti a una decisione difficile sapendo che nessuno la prenderà al posto tuo?

Non ho una risposta universale. E diffido di chi ce l’ha.

Quello che so — dopo anni di sessioni, di silenzi, di domande che hanno fatto scricchiolare narrazioni solidissime — è che le persone che escono cambiate da un percorso non sono quelle che hanno trovato le risposte giuste. Sono quelle che hanno avuto il coraggio di stare con le domande sbagliate. Quelle che non sono scappate quando il percorso ha smesso di essere confortante.

Il coaching non è motivazione. Non è supporto emotivo. Non è la versione professionale di un amico che ti dice che hai ragione.

È uno spazio in cui, se si ha il coraggio di usarlo davvero, si smette di recitare. Si smette di aspettare. Si smette di delegare a circostanze e persone esterne quello che è sempre stato — e sempre sarà — una responsabilità propria.

Non è poco. Non è comodo.

Ed è esattamente per questo che funziona.

E TU?

Da quanto tempo sai già quello che stai evitando di guardare?

Il coaching che fa male (nel senso buono)

Se qualcosa in questo articolo ti ha fatto sentire un po’ a disagio — su di te, non sul coaching — probabilmente non è un caso.

Nel mio lavoro non parto dalle soluzioni. Parto da quello che c’è davvero: le domande che si evitano, le scelte che si rimandano, le storie che non reggono più. Il resto viene da sé.

A volte vale la pena guardarlo insieme.

Lucia Barbieri, coach, ritratto professionale seduta su sfondo neutro.

Percorsi personalizzati di coaching

I percorsi di coaching individuale sono percorsi premium e personalizzati, costruiti su misura sulla situazione, gli obiettivi e il momento di vita di chi decide di intraprenderli.
Uno spazio di lavoro concreto per fare chiarezza, prendere decisioni importanti e rimettere in movimento ciò che oggi sembra fermo.

Per continuare a riflettere…

Un articolo può fare una domanda. Il disagio che resta dopo, però, è roba tua.

Se il tema del coaching — quello vero, non quello patinato — ha lasciato qualcosa che non si riesce a mettere giù, ecco tre posti da cui continuare.

Un libro per approfondire

Coaching — Sbloccare il potenziale umano — Timothy Gallwey

Non è un manuale. È il testo che ha cambiato il modo di intendere il coaching: non come trasmissione di soluzioni, ma come rimozione degli ostacoli interni. Leggendolo si capisce perché il nemico più difficile non è mai fuori.


Un film da guardare (o riguardare) con attenzione

Good Will Hunting — Gus Van Sant

Non è un film sul coaching. È un film sulla resistenza, sulla verità scomoda, sul momento in cui qualcuno smette di scappare da sé stesso. Ogni sessione difficile assomiglia un po’ a quella storia.


Una frase da tenere vicino

“Smetti di cercare di migliorare. Inizia a togliere quello che ti impedisce di essere già quello che sei.” — Timothy Gallwey

Una frase che smonta in silenzio quasi tutto quello che il mercato del coaching promette. Vale la pena tenerla a portata di mano nei momenti in cui si ha voglia di aggiungere ancora qualcosa — invece di togliere.

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Quando il coaching fa male — e perché è un buon segno