Ciak ep. 2 – La storia e le singole scene

Le singole scene che creano la storia e la sceneggiatura di un film sono entità indipendenti. È con il montaggio che si crea la storia con un senso. Proprio come gli episodi e capitoli nella nostra vita.

Continuano nelle suggestioni e riflessioni suscitate dal corso di recitazione di fronte alla macchina da presa – tenuto dal regista Dominick Tambasco a Il Lavoratorio a Firenze-.

Nel precedente articolo (Ciak ep.1 – Il paradosso dell’autenticità) è stato il turno di una riflessione globale e concettuale del paradosso dell’autenticità e della finzione nella recitazione e soprattutto nel cinema come riflessione sull’autenticità nella vita reale.

Le scene della storia

Adesso mi voglio addentrare nel tema delle scene e delle sequenze che creano la storia.

Un aspetto che ha subito catturato la mia attenzione è quando Dominick ha spiegato come non fosse necessario conoscere la scena seguente per andare ad interpretare il personaggio. Anzi. Non dovevamo essere influenzati. Una scena è un’entità a se, che insieme alle altre compone il film. Come i capitoli, gli episodi che si susseguono nella nostra vita, a volte collegati e interdipendenti tra loro, altre volte no. Ma il loro insieme crea la sceneggiatura del nostro vissuto.

Mi viene in mente Psycho del grande Hitchcock. Nelle prima parte siamo letteralmente ingannati su quella che sarà la storia. È tutto concentrato su Janet Leigh (nei panni di Marion Crane) che fugge dopo aver rubato i soldi del cliente. Siamo presi dalla tensione, dalla paura e forse anche dal senso di giustizia. Nessuno si può aspettare che la ladra diventi una vittima. E che vittima!

I colpi di scena

I colpi di scena erano fondamentali, non furono infatti previste proiezioni dedicate ai giornalisti e sulle locandine era scritto “è proibito, categoricamente proibito, entrare in sala dopo l’inizio del film”. Chiaro. Onesto. Non si può entrare nella scene della vita a metà e pretendere di capirne l’insieme. Ne andrebbe della suspense…

Nella meravigliosa intervista (durata 7 giorni) che Hitchcock rilasciò a Truffaut (e da cui ne è nato un libro indispensabile, a mio avviso e non solo, per gli amanti del cinema) il maestro del brivido ammette di prendersi gioco del pubblico che crede di sapere cosa accadrà: “Davvero?” (“Do you?”) chiede ironico il regista.

“Un film è la vita a cui sono stati tagliate le parti noiose.” 

Alfred Hitchcock

Le risorse

Una delle tante domande interessanti del cineasta francese al maestro del brivido riguarda come abbia fatto a realizzare un capolavoro da un libro mediocre. La risposta laconica e ironica in puro stile Hitchcock rende bene l’idea “E’ un film che non va letto” (“Don’t read it”). Oltretutto Psycho è stato realizzato con un budget molto basso, attori non famosissimi (come di solito Hitch amava avere). Insomma, un film al risparmio.

Quindi, anche se non disponiamo delle risorse migliori nella nostra vita possiamo sempre ottenere un capolavoro (magari evitando la scena della doccia…).

“In Psycho del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche: quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. Credo sia una grande soddisfazione per noi utilizzare l’arte cinematografica per creare una emozione di massa.

 E con Psycho ci siamo riusciti. Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. 

Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto. Non è un romanzo che ha molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro.” [Hitchcock a Truffaut in Il cinema secondo Hitchcock]

Aspetto fondamentale sono dunque le singole scene, è vivere il presente, interpretare la scena del momento, senza essere con la mente in quella seguente né rimanere ancorati ad una scena passata, magari da Oscar, ma pur sempre passata.

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Il copione

Il copione, per fortuna non ce lo abbiamo, ma ce lo costruiamo via via. Siamo sceneggiatori, registi e interpreti della nostra storia.

Nel cinema sono famosi copioni che sono stati stravolti in corsa, o che comunque all’inizio esistevano solo in bozza.

Il titolo

È ormai noto che per il capolavoro di Fellini 8½ fosse solo un titolo provvisorio (in quanto nuovo film del dopo sei pellicole di creazione tutta sua, due episodi in Boccaccio ’70 e un’opera diretta con Lattuada, Luci del varietà). Anche la nostra vita ha titoli provvisori, che cambiano a seconda del momento, di quello che è stato e di quello che ci impegniamo a realizzare.

Per Fellini non mancava solo il titolo ma anche l’idea (al momento dell’inizio dei lavori il regista non ricordava più l’idea originaria). Il colpo di genio è stato proprio trasportare sulla pellicola la storia di un regista in crisi. Fellini era un genio indiscusso e non aveva bisogno di copioni prefissati. Anzi, dalle difficolta ne tirava fuori opportunità. Vogliamo forse essere da meno?

L’inizio

In Casablanca, altro capolavoro, le prime scene vennero girate in sequenza perché non si sapeva cosa sarebbe successo dopo (c’era solo il testo teatrale Everybody Comes to Rick’s da cui è tratto e la prima parte del copione). Tanto male non è andata, visto che ha vinto ben tre Oscar nel 1944 come Miglior film, Miglior regia a Michael Curtiz nonché proprio come Miglior sceneggiatura non originale a Julius J. Epstein, Philip G. Epstein e Howard Koch.

Proprio Koch ricordò in seguito come fossero partiti senza un copione completo, e che quando Ingrid Bergman gli chiese quale uomo avrebbe dovuto amare di più, le rispose ‘Non lo so… trattali allo stesso modo’ (Howard Koch Casablanca: Script and Legend).

L’improvvisazione

 Quindi lasciarsi andare all’improvvisazione può giovare anche a noi e al “film” della nostra vita…

Nel prossimo articolo andremo a vedere come le inquadrature -oggettive e soggettive- nella ripresa cinematografica siano una esemplificazione dei punti di vista nelle relazioni personali.

To be continued …

“Suonala, Sam. Suona Mentre il tempo passa.” 

da “Casablanca”

E tu?

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