Hai mai provato a non fare niente per più di cinque minuti? Intendo davvero niente: niente telefono, niente podcast “ispirazionale”, niente lista mentale della spesa. Solo tu, il divano (o un lettino vista mare, per le anime fortunate), e il sacrosanto diritto di esistere… senza produrre.
Se stai già sudando freddo all’idea, tranquillo/a: sei in ottima compagnia. Siamo cresciuti a pane e “datti da fare”. Siamo immersi in un mondo dove anche il relax dev’essere strategico, misurabile, ottimizzato.
E così, anche quando proviamo a fermarci… ci sentiamo in colpa. Come se il valore personale evaporasse appena ci sdraiamo.
In questo articolo facciamo una cosa rivoluzionaria: rivalutiamo il quasi-nulla.
Non come fallimento, ma come forma evoluta di intelligenza (e autodifesa).
Perché no, non devi fare di più per valere di più. A volte devi solo fare meno. E farlo bene.
Lo so cosa stai pensando:
“Ma come, Lucia? Nell’articolo precedente mi hai detto di farmi 5 domande sotto l’ombrellone, di fare delle scelte… e ora mi dici di non fare niente?”
Hai ragione. È una contraddizione apparente — o meglio, è una danza.
Perché a volte, per farsi le domande giuste, bisogna sapere anche quando stare in silenzio.
E per ascoltarsi davvero, ogni tanto, serve fermarsi. Ma sul serio: non “fare niente” (e te lo dice una ex-perfezionista, in “rehab” con qualche sporadica ricaduta!).
In questo articolo ti invito a esplorare un altro tipo di saggezza: quella che nasce quando smettiamo di forzare, di ottimizzare, di riempire ogni secondo.
Perché non fare nulla (o quasi) non è un fallimento. È una forma evoluta di libertà..
“Il tempo che ti piace sprecare non è tempo sprecato.”
Bertrand Russell
In questo articolo:
La trappola della produttività travestita da crescita personale
Viviamo in un mondo dove anche il riposo deve essere utile:
“Mi rilasso per tornare più performante.”
“Mi prendo cura di me per essere più efficiente lunedì.”
“Faccio una pausa, ma solo se la posso documentare su Instagram con la caption giusta.”
E così, anche quando non fai nulla… senti di star sbagliando tutto.
Prima ammissione: anche il coaching, a volte, ha esagerato
Ed infatti, sì, lo ammetto. Anche noi del mondo del coaching (me compresa, eh!) abbiamo contribuito – talvolta inconsapevolmente – a costruire un’ideologia tossico-luccicante fatta di:
“Sii la versione migliore di te stesso/a*!”
“Trasforma ogni ostacolo in un’opportunità!”
“Fai la tua morning routine con ghiaccio, journaling e meditazione mentre cucini pancakes proteici e ti allinei con l’universo!”
Il coaching (o altri approcci) a volte, se spinto troppo in un senso, si fa prendere la mano.
Il senso di colpa in agguato
Dopo questo mea culpa per il settore, focalizziamoci su di noi, su di te.
Sei lì, in spiaggia (o in montagna, nel giardino di casa, o dentro con il ventilatore a palla), non stai facendo niente. Ti guardi intorno (non in casa…) e vedi tutti iper-produttivi: c’è chi in spiaggia si porta tre libri, il tablet, l’agenda per pianificare settembre e magari anche le sneakers per “tenersi in forma” pure in ferie. Chi in montagna cammina ascoltando l’ultimo podcast motivazionale o di finanza…E poi ci sei tu, che vuoi solo stare su quel lettino e fissare le nuvole senza sentirti una nullità.
Ma ecco che arriva lui, silenzioso e determinato. E non non sto parlando del bagnino, o bagnina (di Baywatch, metto anche il link per i più giovani, altrimenti non capirebbero) che corre verso di te per salvarti (dal lettino??). No eccolo che arriva, implacabile e non invitato: il senso di colpa.
“Sto sprecando il mio tempo”, “Potrei essere più utile”, “Dovrei almeno leggere qualcosa di intelligente”, “Dovevo rispondere a quella mail…” La lista è lunga. E anche estenuante.
Fermati un secondo. Respira.
Chi ha deciso che il valore si misura in performance continua?
(Hint: non è il tuo cuore. Lui batte lo stesso anche quando dormi.)
Eccoti lì, con la tazza di caffè mezzo freddo, le occhiaie, e un solo desiderio: dormire per 12 ore senza sentirti in colpa.
Hai mai notato che quando sei stanco/a vedi tutto più grigio, ti viene da piangere anche per uno spot pubblicitario e ti convinci che la tua vita è un disastro cosmico?
Spoiler: non è la tua vita, è il tuo cervello stanco.
La stanchezza non è solo fisica, è decisionale, emotiva, relazionale, cognitiva.
Eppure ce la raccontiamo così: “Ma dai, posso reggere ancora un po’…”
Come se fossimo una batteria da spremere fino all’1%.
Capita anche ai migliori. E no, non sei sbagliato/a tu. È il sistema che ha bisogno di una pausa,
Stop alla produttività performativa (almeno sotto l’ombrellone)
Che estate sarebbe, se ci sentissimo in dovere di “ottimizzare” anche il riposo?
Ci siamo abituati a pensare che il relax debba avere un ritorno: “Mi rilasso per poi tornare più efficiente”, “Mi prendo cura di me per essere più produttivo/a lunedì”.
Come se il nostro valore fosse sempre e solo legato a quanto rendiamo. A quanto “facciamo”.
E invece no.
L’arte di non fare (quasi) nulla non è evasione, è una rivoluzione interiore.
Non serve andare a Bali, né meditare 40 minuti con un’app premium.
Basta smettere di rincorrere se stessi per qualche ora.
Quindi ripetilo come un mantra!
Non fare nulla (o quasi) è un atto rivoluzionario.
Soprattutto se lo fai con consapevolezza.
Senza giustificarti. Nessuna strategia o il bisogno di produrre qualcosa.
“Non ho fretta. La mia libertà comincia dai miei ritmi.”
Jacques Prévert
Il non-fare (quasi) è un invito a ritrovarti
Fermarsi non significa rinunciare alla propria crescita.
Significa fare spazio.
Spazio per ascoltare. Per sentire cosa c’è sotto i doveri. Per capire cosa vuoi davvero (non cosa pensi di dover volere).
Quando ti concedi il lusso di rallentare, inizi a notare che:
Le idee arrivano sotto la doccia, non davanti all’agenda.
Le intuizioni si fanno spazio quando smetti di forzarle.
La vita riprende colore anche senza check-list.
E se invece il “non fare” fosse proprio il primo passo per ritrovarsi?
Ci siamo dimenticati di quanto sia potente il vuoto.
Non quello da social detox forzato con ansia da prestazione, ma quel vuoto pieno di te, dei tuoi ritmi, dei tuoi respiri.
Quando ti concedi il lusso di non decidere subito, non rispondere a tutto, non pianificare ogni istante, succede qualcosa di magico: ritorni.
Ritorni a sentire.
Ritorni a capire cosa ti manca davvero.
Ritorni a distinguere ciò che desideri da ciò che fai per abitudine.
Infatti, nell’articolo precedente ti ho proposto sì delle domande da farti “sotto l’ombrellone”, ma in totale relax, con la mente libera (vedi che non sono poi così schizofrenica?).
Ok, ma da dove si comincia? (senza sensi di colpa)
Se l’idea di fermarti ti fa sentire un po’ a disagio, è normale. È come togliersi il mantello da supereroe e accorgersi che sotto… c’è una persona.
In carne, ossa, stanchezze e desideri autentici.
Ecco qualche spunto (da coaching “umano”!):
1. Pratica il “dolce far quasi niente”
Fermati. Sdraiati. Respira. Solo tu e il cielo (o il soffitto, se sei in casa con il ventilatore a palla). Stare spaparanzato/a al sole senza nemmeno ascoltare un podcast motivazionale vale. Eccome se vale.
2. Spegni il multitasking (e accendi la noia)
Se stai leggendo un libro, non pensare al post da scrivere. Se guardi le onde, guarda solo le onde.
Sembra facile? Provalo. La noia è come una finestra spalancata: all’inizio ti infastidisce, poi ti accorgi che ti porta aria nuova.
3. Non pianificare ogni secondo
Anche mezz’ora al giorno. Senza scopi. Senza dover “trarre qualcosa”. Solo presenza. Sì, puoi avere una giornata senza uno scopo preciso. Non succede nulla di grave. Anzi: succedono proprio le cose belle.
4. Rallenta tutto
Cammina piano. Parla meno. Fai una cosa per volta. Magari anche male, ma con calma. La lentezza è un muscolo da risvegliare.
5. Fatti domande lente
Non tipo: “Come divento più efficiente?”
Ma: “Cosa mi nutre davvero in questo momento?”. Domande concentrate su di te, su cosa vuoi, veramente (domande come quelle che ti ho suggerito in 5 domande scomode (ma utili) da portare sotto l’ombrellone, appunto).
E aspetta. A volte la risposta arriva dopo un silenzio pieno.
6. Disattiva le notifiche. Riattiva le connessioni (quelle vere)
Con te stesso/a, con la natura, con le persone reali. Niente Wi-Fi richiesto. Basta ping, alert, remind. Attiva il silenzioso, accendi la presenza. Chi ti vuole bene ti troverà. E tu lo/la troverai.
Coaching: è ora di cambiare ritmo (e narrazione)
Se anche tu ti sei sentita o sentito dire che devi essere “sempre al massimo”, sappi che non sei solo/a.
Ma è arrivato il momento di dire basta a questa corsa senza fine.
Nel mio percorso di coaching trasformazionale, non ti insegno a fare di più.
Ti accompagno a fare meglio. O anche solo a fare pace con il fare meno.
Perché il vero cambiamento nasce nel silenzio, nella pausa, nel momento in cui torni a sentire te stessa o te stesso senza dover dimostrare nulla.
In chiusura: non sei una macchina. Sei un essere umano.
La tua energia non è infinita. E il tuo valore non si misura in “cose fatte”.
Se quest’estate vuoi anche solo stare fermo/a e guardare le nuvole, fallo.
Non devi meritartelo. Ti basta esserci.
“La vera libertà è avere il coraggio di fermarsi.”
— (Lo dico io, Lucia, ex-perfezionista in fase di disintossicazione)
Rallenta. Respira. Ricaricati.
E se vuoi, io sono qui. Con te. Ma piano piano.
“A volte sedersi e non fare nulla è il miglior qualcosa che puoi fare.”
Winnie the Pooh
E tu?
Sai ancora fermarti senza sentirti in colpa?
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Come coach ti accompagno a fare meglio. O anche solo a fare pace con il fare meno.
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