bilancio fine anno autentico

A fine anno sembra sempre di dover fare qualcosa di significativo.
Un bilancio, una lista di obiettivi, una visione chiara per il futuro — magari tutta scritta con l’evidenziatore, tra un panettone e una call.

Ma e se per una volta non servisse sistemare tutto?
E se bastasse fermarsi un attimo e guardare con sincerità a dove siamo arrivati?

Niente performance, niente pressioni.
Solo uno sguardo sincero su questo pezzo di strada che finisce.
Perché a volte non serve un piano perfetto, ma il coraggio di stare nel passaggio.
Con presenza, e con un po’ di respiro.

Siamo di nuovo a quel momento dell’anno.

Quello in cui Instagram ci bombarda di recap con musica motivazionale, LinkedIn diventa una sfilata di “i miei traguardi 2025” (con una punta di ansia da prestazione), e la carta regalo diventa più facilmente reperibile della pace interiore.

Succede tra un bicchiere di spumante aziendale e l’ultimo reminder che dice: “Compila il report annuale entro il 20 dicembre”.
Succede quando inizi a ricevere newsletter con oggetti tipo: “Come fare il punto sull’anno in 7 semplici step!” oppure “I 10 obiettivi da porsi nel 2026 se vuoi finalmente svoltare.”

Sì. C’è un momento preciso, ogni anno, in cui ci si guarda allo specchio e si pensa:

“Ma che fine ha fatto il 2025?”

E lì dentro, tra il pandoro e la pressione sociale (e sanguigna..) , si fa largo una sensazione sottilissima:
la voglia di spegnere tutto.
Non il mondo, sia chiaro. Ma almeno il cervello. I bilanci. I confronti. I “dover aver fatto”, “aver raggiunto”…  E quella (odiosa e persistente) voce nella testa che dice: “Avresti potuto fare di più.”

“È proprio quando credi di sapere qualcosa che devi guardarla da un’altra prospettiva.”

Robin Williams, nei panni del professor Keating, in “L’attimo fuggente”

Come chiudere l’anno con senso (senza fare bilanci infiniti né liste da 20 punti)

E tu?

Tu sei lì, che guardi il calendario e ti chiedi:
“Devo davvero fare il bilancio dell’anno o posso semplicemente sopravvivere fino al panettone?”

Risposta breve: puoi sopravvivere.
Risposta più utile: puoi fare qualcosa di più gentile, e forse anche più potente.

Perché non è obbligatorio finire l’anno con una lista di successi, una visione chiara e un piano strategico in 5 punti.
No, puoi chiudere l’anno in modo molto più vero, molto più tuo, e molto meno ansiogeno. 

Vediamo come.

Il bilancio come performance: una trappola ben travestita

Siamo figli/e di un’epoca che ha trasformato anche l’introspezione in produttività.
Se fai il bilancio dell’anno, meglio se è ottimizzato, ben visualizzato, condivisibile su LinkedIn e condito di citazioni motivazionali.

E guai a dire “non ho combinato molto”.
Guai a non avere un “goal” per l’anno nuovo.
Guai, soprattutto, a non sentirsi al top nel dirlo.

Ma la verità è che, per molte persone, il bilancio dell’anno è un momento fragile.
Non perché manchino i successi, ma perché ci siamo allenati troppo a guardare solo i risultati evidenti — traguardi, numeri, cambiamenti visibili — e troppo poco a riconoscere le trasformazioni interiori.

Eppure, quante volte ti sei sentito/a diverso/a anche senza aver spuntato nessuna casella?

Sul bisogno di performance (una nota sul coaching e su cosa io intendo per “versione migliore di te”)

Nel mondo del coaching — soprattutto quello più legato al business — la parola performante è diventata una specie di parola d’ordine.
Essere performanti, rimanere performanti, migliorare la performance.
È ovunque.
E all’apparenza sembra anche una cosa buona: chi non vorrebbe “funzionare bene”?

Solo che a me, detta sulle persone, non è mai piaciuta.
“Performante” va bene per una stampante. O per una bici da corsa.
Ma sulle persone mi suona fredda, meccanica, disumana.
Come se fossimo sistemi da ottimizzare.
Come se il nostro valore si misurasse sempre in produttività, efficienza, risultati.

E il problema non è solo linguistico (come spesso accade, si parte dalle parole per sfociare in qualcosa di più profondo, insito nel nostro essere).
Infatti questa logica finisce per infiltrarsi anche nei momenti più nostri, più intimi.
Come il fine anno.
Che invece di essere un tempo per ascoltarsi, per riprendersi fiato, diventa l’ennesima occasione per dimostrare qualcosa: di aver fatto abbastanza, imparato abbastanza, trasformato abbastanza.

La versione migliore di te

E non confondiamo la performance con “la versione migliore di te”, almeno come la intendo io. 
Perché quando parlo di diventare la versione migliore di te, non sto parlando di performance.
Non è una gara. Non è una strategia. E non è un confronto con nessuno.

La versione migliore di te, per come la intendo io, non è quella che produce di più.
È quella che ti assomiglia di più.

Quella che sa ascoltarti, che sa scegliere, che smette di funzionare per iniziare a vivere davvero.
Anche nei giorni in cui non spunti nulla.
Anche quando sei a metà del guado. 

E forse è proprio questo che potremmo regalarci, a fine anno:

Non un piano perfetto. Ma un momento onesto.
Non un risultato. Ma una presenza.
Non una performance. Ma una versione di te che finalmente ti somiglia.

Facile a parole, penserai. Ma nei fatti?

Una nuova rotta

Una nuova rotta: chiudere con onestà, non con spettacolo

Non serve chiudere l’anno in gloria.
Serve chiudere l’anno in verità.
E la verità, a volte, è dolceamara. Mista. Piena di tentativi, pause, cose lasciate a metà e altre riuscite quasi per caso.

Ecco perché ti propongo una strada diversa.
Non un bilancio, ma un saluto consapevole all’anno che finisce.
Con tre semplici domande che non servono a valutarti, ma a riconoscere il percorso.

Le 3 domande che contano davvero

Puoi farle scrivendo, oppure solo pensandoci mentre fai una camminata, cucini o ti infili sotto una coperta con una tazza di tè o cioccolata calda…
L’importante è non cercare “la risposta giusta”, ma quella vera.

1. Cosa lascio volentieri in questo anno?

Non solo eventi.
Parlo di atteggiamenti, aspettative, ruoli, pensieri che ti sei portato/a dietro per troppo tempo, magari senza accorgertene.
Cose che non servono più, che non ti fanno bene, che senti scivolare via con sollievo.

Forse hai smesso di voler piacere a tutti.
Forse hai lasciato andare un perfezionismo velenoso.
Forse hai detto basta a una collaborazione che ti toglieva più di quanto ti desse.

Scriverlo (o anche solo dirlo a voce alta) è un atto simbolico potentissimo. È come aprire una finestra e far entrare aria nuova.

“Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare da dove sei e cambiare il finale.”

C.S. Lewis

2. Cosa mi ha sorpreso positivamente, anche se non era nei piani?

John Lennon lo scrive in “Beautiful Boy (Darling Boy)”, del 1980 (lo scrisse poco prima di morire, senza sapere che quella frase sarebbe diventata un testamento involontario: questo aspetto ci fa ancor più riflettere): “Life is what happens to you while you’re busy making other plans.” (La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri piani.)

Ed è qui che c’è la magia.

Perché mentre noi siamo impegnati/e a fare piani, la vita si diverte a stravolgerli. E a volte, per fortuna!

Forse ti è arrivata un’opportunità inaspettata.
Forse hai scoperto una nuova parte di te, nel caos.
Forse sei diventato/a più flessibile, più paziente, più umano/a.

Riconoscere le sorprese — piccole o grandi — è anche un modo per allenare la gratitudine, ma senza stucchevolezze.
Solo come chi dice: “Non avevo previsto questo. Eppure, è stata una benedizione travestita.

3. Cosa voglio portare con me, anche se non è perfetto?

Viviamo ossessionati dal concetto di “ottimizzazione”.
Se qualcosa non è impeccabile, non lo consideriamo degno di restare.
E invece no.

Puoi portare con te un progetto ancora in costruzione.
Una relazione che ha avuto alti e bassi, ma che ti fa bene.
Un’idea balbettante, che però ti fa battere il cuore.

Questo è lo spazio del non finito ma autentico, dell’imperfetto che però ti nutre.
E in fondo, non è lì che abita la vita vera?

Il piccolo rituale per salutare l’anno

Se vuoi aggiungere un gesto simbolico (e secondo me dovresti, anche solo per uscire dal pilota automatico), ti suggerisco questo piccolo rituale:

  1. Scrivi su un foglio tutto ciò che vuoi lasciare nel 2025. Non risparmiare nulla. Puoi essere gentile o ruvido/a, non importa.

  2. Scrivi su un secondo foglio ciò che vuoi portare con te nel 2026. Anche se è fragile. Anche se è incerto. Anche se è tuo e basta.

  3. Il primo foglio, strappalo, brucialo o seppelliscilo (sempre in sicurezza!). Il secondo, conservalo da qualche parte speciale: una tasca, un diario, un cassetto.

Non per ricordarti cosa devi fare.
Ma per ricordarti chi vuoi essere (quella “versione migliore di te” di cui io parlo).

Ti auguro questo:
un finale sincero.
Un nuovo inizio morbido.

Una versione di te che finalmente ti somiglia. 

E soprattutto, la libertà di non dover dimostrare niente a nessuno. Nemmeno a te stesso/a.

“Ogni fine porta con sé un nuovo inizio, ma il passaggio è sacro.”

Clarissa Pinkola Estés

Per continuare a riflettere…

(oltre a quanto già è emerso nel tuo rituale di chiusura)

📖 Libro consigliato:

“Una vita come tante” – Hanya Yanagihara
Un romanzo monumentale, straziante e bellissimo, che ho letto oltretutto durante il difficile periodo della pandemia. Te lo consiglio vivamente. Non è una lettura leggera, e nemmeno comoda. Ma è una di quelle storie che scavano, che ti restano dentro, e che parlano di cosa vuol dire convivere con ferite profonde, trovare (o perdere) la speranza, e imparare ad accettare che anche la luce – a volte – arriva in silenzio.
Un libro che ti costringe a fare i conti con le domande vere, quelle scomode, quelle che spesso evitiamo nei nostri bilanci interiori. E proprio per questo, perfetto da leggere – o rileggere – quando un anno si chiude.

“C’era felicità anche nel dolore, nella resistenza, nel sopravvivere ancora un giorno.”

🎬 Film da vedere (o rivedere con occhi nuovi):

“Nomadland” – di Chloé Zhao
Un film lento, essenziale, profondamente umano (con 3 Oscar ottenuti). Racconta la storia di Fern (una Frances McDormand meravigliosa, sorprendente, da Oscar, appunto) , una donna che – dopo aver perso tutto – sceglie di vivere fuori dagli schemi, in un furgone, attraversando le strade dell’America e, con esse, i paesaggi della propria interiorità.
Qui non si corre verso nuovi inizi brillanti, si cammina dentro le chiusure.
Un invito a riconoscere che ogni fine può diventare un inizio, anche senza proclami. Basta esserci. Davvero.

“Cosa c’è oltre questa curva? Forse niente. Forse tutto.”

✏️ Frase da appendere al frigorifero (o salvare come sfondo del telefono):

“Non serve sapere cosa verrà. Basta essere in pace con ciò che se ne sta andando.”

E tu?

Cosa vuoi davvero lasciarti alle spalle, senza sensi di colpa?

Cosa vuoi portare con te, anche se non è perfetto?

Se questo articolo ti ha ispirato, condividilo o lascia un commento.

Se leggendo ti è venuta voglia di non chiudere questo anno con una lista, ma con un gesto intenzionale — uno spazio vero, dedicato, solo per te — sappi che c’è.

Ho creato una sessione speciale di fine anno, una “one shot session” (vedi sotto).
Un tempo sospeso, profondo ma leggero, per lasciare andare bene e ripartire meglio.
Senza urgenze. Senza dover dimostrare niente.
Solo con la voglia di esserci davvero.

Se senti che è il momento giusto, contattami (anche via WhatsApp – in basso a destra): fisseremo la nostra sessione speciale!

Come posso aiutarti

Una sessione intensiva di 3 ore, pensata per chi ha bisogno di fare chiarezza su un tema preciso, sbloccare una situazione o prendere una decisione importante.
Un incontro unico, mirato e trasformativo, con un follow-up a due settimane per accompagnarti nel cambiamento.
Perfetta se senti che è arrivato il momento di agire, senza più rimandare.

I percorsi di coaching personalizzati

La ONE SHOT session

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